La prenotazione

C’è posto per me?

Vorrei sedere al tavolo con tutti voi, ma c’è posto per me?

C’è posto per chi guarda le partite di pallone alla tv e sogna di poter rifare le stesse cose in campo, come i bambini al parco coi papà, ma non è piccola, non è maschio, e lo specchio le ricorda che è una donna over30? C’è posto per me che amo il calcio anche giocato?

Posso sedermi accanto a voi, anche se tifo Europa contro l’America Latina e mi hanno detto che non è politically correct, perché i fratelli d’oltre oceano hanno una storia di vessazioni da parte nostra e se fossimo eticamente leali dovremmo sperare in una loro vendicatoria vittoria? Cosa posso farci se prima che italiana – molto molto dopo l’esser romana – io mi sento così orgogliosamente europea su tutto persino sul calcio?

Mi date un posto migliore, se però confesso che europea sì, ma speriamo che la Francia venga buttata fuori ancor prima di subito?

C’è posto per me?

C’è posto per una che subisce pressioni sociali, tensioni professionali, che prende i colpi e si è scordata come si incassa meglio per non farsi troppo male, che prende colpi da tutti, ma proprio tutti e soprattutto che prende i colpi e non sa (e non vuole!) restituirli?

Mi accogliete al vostro desco, se confesso coram populo che i supplementari mi hanno rotto le palle? E che già al 73esimo tifo rigori? Sì, certo che tifo rigori ora che l’Italia è uscita, però davvero questo mondiale sembra farmelo apposta, se persino Leo Messi e i connazionali di Maradona devono aspettare il 118esimo per far fuori i bancari formaggiosi…

C’è un angolo per l’Europea di cui sopra, che batte le manine emozionata sulle note dell’Inno alla Gioia; che conosceva Telemaco anche prima di ieri; e che non sopporta davvero più le uguaglianze “Sicilia=mafia”, “Calabria=’ndrangheta”, “Campania=camorra”, che proprio un italiano è andato a riproporre a Strasburgo, cavalcando, osannando, esaltando quei pregiudizi infami che ci portiamo dietro e contro cui da decenni lottiamo?

C’è una sedia libera, un piatto di pasta, un bicchiere d’acqua per me, che mi distraggo dai mondiali cliccando sugli articoli su Wimbledon (forza Sara! forza Roberta!) e non sfioro con il mouse nemmeno per errore le foto dei baci tra un portiere e una giornalista (anche perché sti cazzi, eh)?

C’è posto per me?

Avete uno sgabello da cui possa lamentarmi dello stupore di tutti sul processo a Capello nella Duma? Vi serviva questo per capire che zar Putin ha messo sù una dittatura? Non bastavano gli oppositori politici in galera e i giornalisti scomodi fatti uccidere? Don Fabio ha scelto per soldi, doveva sapere a quale regime si sarebbe prestato…
(c’è posto alla vostra tavola per me che ogni volta che scrivo “Capello” ripenso al male provato nel vederlo con la giacca della juve, ma in un angolo del mio cuore c’è l’immagine dell’allenatore cui devo la più grande gioia sportiva della mia vita?)

C’è un seggiolone per me, per farmi tornare bambina, per farmi cercare con gli occhi le poesie dei centravanti e la magia dei passaggi filtranti dei numeri 10, i cross delle ali (io dico ancora “ali”, come si vede che sono vecchia) in un mondiale di portieri?

Non c’è?
Non posso entrare? Non mi posso sedere al vostro tavolo?
Avete già tutto prenotato? Sono troppo fuori dagli schemi, dalle regole, è così complicato giustificare le mie scelte per voi?
No, spingere non serve, sono già fuori. Non c’è posto per me, qui, va bene. Mangerò qualcosa a casa. Non c’è problema, sarà per un’altra volta.

 

 

Anna Eva Laertici

E’ tutta colpa dell’arbitro

Al baretto è tutta colpa dell’arbitro.
Io ho aggiunto che è vero, che la guerra in Iraq è colpa degli islamici che hanno tirato giù le Torri Gemelle e poi sti mediorientali hanno i sandali coi calzini e le tute dell’adidas dismesse, quindi un po’ di male nella vita l’hanno meritato; e l’amica che ha fatto sesso con quel ragazzo lo ha fatto perché colpa di lui, che è un uomo, la colpa è sempre dell’uomo, si sa che alle donne non va e lo fanno solo per fare un favore ai maschi; la colpa è del salame ungherese, della finocchiona, della soppressata, del chorizo, del ciauscolo che furtivamente mi entrano dentro casa e io che vorrei evitare i salumi poi mi trovo costretta a finirli per non farli andar male; la colpa è dell’ascensore che è sempre al piano, pare lo faccia apposta, lui aveva promesso che ricominciava a muoversi, a fare un minimo di moto, ma la palestra è lontana, piove e fa freddo per andare a correre fuori, e poi pure st’ascensore sempre pronto… è per colpa di chi lo lascia lì, che lui non fa le scale.

 

Al baretto, è tutto un entra-e-esci.
Ma sta gente non ce l’ha un lavoro? Passano di corsa il muratore, l’avvocato, l’artista, la mamma col bambino ed il carabiniere. Però quei quattro restano lì, come nelle canzoni di De André e Paoli, come nei libri di Malvaldi. Immobili a sacramentare sui giovani con le maglie strappate, a sognare le tette delle ragazzine e il culo della barista, a licenziare Prandelli che però s’è dimesso da solo, a vomitare sul governo di oggi, su quello di ieri e pure su quello di domani, che “già lo so che tanto siamo in Italia”.

 

Al baretto c’è lei, che è la moglie ideale del maschio italiano.
Calciofila invasata, se resta sola a casa si concede una cena arrangiata, mangiata direttamente a gambe incrociate sul divano, con gli occhi incollati alla tv. L’unica legge che non vige nelle sue serate di partite mondiali è il rutto libero, pur avendo avuto un grande maestro in suo fratello, perché lei beve solo acqua oligominerale e così non le vengono. Ma è la moglie ideale, si dice in giro. Una che conia le frasi romantiche sugli eventi dei mondiali: “Amore, mi manchi come mancano i difensori alla Spagna”; “Angelo del mio cuore, ti prometto che starò sempre con te… e non è la solita promessa mancata come una nazionale africana qualsiasi”; “Tesoro, che ragionamenti! Sei lucido come il cranio di Robben”…

 

Al baretto, è entrato il fascioqualunquista che va di moda ora.
Dice che Balotelli non è italiano, sono italiani solo quelli nati qui.
“Infatti è nato a Palermo”, gli risponde qualcuno.
“Vabbè, allora è mafioso. E comunque è negro”.
“No, forse non hai capito” s’alza quello grosso che non s’alza mai, quindi la cosa è seria “E’ nato qui, i genitori so’ bresciani, Balotelli è più italiano di te: però è ‘na pippa. Ecco, è questo il problema, non altri. E’ ‘na pippa. Poi se è giallo o viola, verde o multicolor, frega cazzi. Capito, nì?”
Il fascioqualunquista se n’è andato, proverà con un altro baretto. O con la Rete…

 

Al baretto io ero in un angolo.
E solina soletta ho pensato che se mordono i Chiellini e prendono a capocciate i Materazzi un perché ci sarà:
perché so’ du’ stronzi.

 

Al baretto è arrivato di corsa il professore, prima ha rimpianto Baggio, poi Pizzul, dopo ha tenuto una concione a voce alta sui rigori e sul perché sono “un’eterna lotteria che ci condanna”, ha portato esempi, ricordi dolorosi, studi e analisi e ha pure mimato con una pallina improvvisata (era la pagina centrale della Gazzetta, al baretto non l’hanno presa bene) come andrebbe tirato il penalty perfetto. Se l’era preparata da giorni, e nessuno ha avuto il cuore di dirgli che stavolta i rigori non c’entravano un cazzo.

 

Al baretto, la bandiera tricolore garrisce ancora.
A un certo punto, il bonaccione è andato verso la cassa.
Ha ordinato spremuta di melograno, perché è un salutista.
E pizza bianca con la mortadella, perché non conosce un modo più italiano di consolarsi.

 
Anna Eva Laertici

Profezia della Celestina

Scrive, il saggio, scrive tanto.
Pubblica poco, il saggio, ha perso l’abitudine; e continua a sentire un tremolìo di penna, quando deve lasciare andare la sua creatura su ali digitali.

Ma io, che saggia non sono, avevo trovato ispirazione per un poemetto, una simil ode, dedicata al pelo che scappa alla vista delle gentil signore rinchiuse nei loro bagni a sacramentare sulle cerette, e che poi appare orgoglioso e scintillante sulla caviglia, quando si è in piscina in mezzo alla gente.

Poi però il barlume di saggezza ha colto finanche me e ho deviato l’ode a qualcosa di più imbarazzante ed odioso del suddetto pelo inopportuno:
Giorgio Chiellini.

Il pugile toscano ronza sulla fascia: narrano su quotidiani rosa che un tempo quello era il suo habitat, non so quanto tempo che è che non ci transuma più, fatto sta che il killer bianconero è un disadattato.

Stavo meditando sul divano dello zio che ho nervosamente sbriciolato di patatine – sembravo Zeman con le sigarette, ho lasciato una specie di navigatore satellitosbriciolare  per Pollicino per tutta casa dell’amico – che l’insulso nasone, cui ho augurato cose a dir poco raffinate, è il miglior difensore che Prandelli avesse a disposizione nel campionato italiano.

Davvero, lo giuro.

Patatina spaccata in mille briciole sul pavimento.

Lo trovo esecrabile, criminale antipatico con certezza d’innocenza (mmmh… dov’è che gioca?), incapace coi piedi e abilissimo con le mani. Eppure.

Altra patatina sputazzata sul divano.

Eppure le nostre difese sono infarcite di stranieri. E di pippe.
E di stranieri pippe, che è l’apoteosi.

Cric croc sotto le scarpe, zio, perdonami.

La vecchia signora quest’anno era l’unica squadra big con difensori italiani presentabili su un campo – di ortiche – ma anche di calcio.

Non voglio scomodare generazioni che ho studiato e non ricordo. A me bastano i muri che ho visto con i miei occhi: Maldini, Baresi, Bergomi, Cannavaro, Nesta e persino Panucci.

E mentre tutta Italia si avvelena su quale sia l’attaccante migliore, io mi dispero su una difesa che non c’è. Ora, dice il saggio di cui sopra, ma una difesa che non c’è in una Nazionale di calcio italiana non è come dire che nel Bel Paese è finita la pizza? Il caffè espresso? I gelati al pistacchio di Bronte?!??

La verità, e mi dispiace per i ragazzi che si affacciano in questi anni a seguire il calcio, è che la serie A è l’ombra di quello che è stata nel passato, finanche recente. Stuoli di signor giocatori preferivano venire a giocare anche nelle squadre non di prima fascia, ma pur di stare nel campionato italiano. Stavo per stilare una lista che partiva da Socrates alla Fiorentina a Bierhoff all’Udinese, ma poi ho pensato che basta un nome e ci zittiamo tutti: Diego Armando Maradona. Il Dio del calcio – non serve vivere all’ombra del Vesuvio per comprendere l’immensità del suo genio – scelse un Napoli ancora privo di scudetti.
Oggi un asso del genere avrebbe scelto persino il PSG, prima di andare nelle nostre juvemilaninter: a militare in quello che fino a pochi anni fa era il campionato più sfigato d’Europa o giù di lì. Persino i tempi in cui Zidane e Ronaldo solcavano i campi dello Stivale sembrano lontanissimi (o forse me so’ invecchiata e continuo a pensare a cose successe 15 anni fa, come a eventi dell’altro ieri…).

Nel nostro campionato c’è il nulla.
E dal nulla come si può pensare di tirare fuori qualcosa?
“Mille volte zero non vuol dire uno”, dice uno che è saggio, il saggio De Gregori.

Ora manca appena un’ora alla partita, chissà se manca solo quell’ora al completamento del nostro mondiale e poi voleremo a casa.
Questo è un post che nasce già vecchio, premo clic e pubblico, e poi mi concedo una profezia (blasfema, of course).
Non sono saggia, ma provo ad esser sibilla.

 

Italia Uruguay finirà 1-0.
Andremo agli ottavi.

Goal di Chiellini.

 

 

Anna Eva Laertici

Medaglie

Un arcobaleno pieno, dalla destra alla sinistra, splendente, doppio, sfacciato, che sfoggiava tutti e sette quei colori che non riesco ad imparare a memoria, e come i nani di Biancaneve me ne manca sempre uno. L’arcobaleno si stagliava presuntuoso e sicuro della sua bellezza su un GRA bloccato dalla pioggia. Con gli smartphone lo fotografavano sporgendosi pericolosamente dai finestrini, con il medesimo strumento io invece provavo a capire andando in internet perché si era bloccatifermiimmobili su quel tratto di mondo che ogni Romano almeno una volta ha percorso e centomila volte odiato.
Era la pioggia estiva a fermare quelle persone. Un rovescio violento e rovinoso. I giornalisti le chiamano “bombe d’acqua”, perché serve un’immagine di guerra per spiegare i disastri che un banale, mediterraneo, prevedibile temporale estivo lascia su una città impreparata a tutto.
La stessa pioggia che ci regalava l’arcobaleno.
Un unico evento mi stava offrendo una gioia per gli occhi e rabbia da serrare le mascelle.
Ci sono troppe medaglie di cui assaporo tutte e due le facce.

 

C’è la medaglia Seleçao.
Prima di pensare ai rigori del ’94, a me il calcio brasiliano parla di ragazzini sorridenti e sudati che si stringono ad un pallone raffazzonato e improvvisato sopra un fazzoletto di terra, le mille storie delle tante star che continuavano a sorridere sui campi di gioco professionistico ci parlavano di infanzie povere e piedi nudi spaccati per amore del calcio.
Ma l’altra faccia della medaglia l’ho vista nella nazionale Brasile di oggi, padrona degli arbitri e degli sponsor, facoltosa e prepotente come un big club europeo qualsiasi, schiava di campioni figli di ricchi e più bravi a farsi i selfie che a far sognare i bambini. La giacchetta nera che si colora di verdeoro – ed è subito Moggi – mi ha portato a furti nostrani, ai Paparesta rinchiusi negli spogliatoi, ai fuorigioco mai segnalati, ai rigori dati e a quelli altrui non assegnati, ai soprusi, ad una storia di leoni e peggio ancora di Agnelli.

C’è la medaglia Balotelli.
Spocchioso, arrogante, maleducato, esaltato, presuntuoso.
Uno che si becca i fischi perché è più nero della pelle dei razzisti e meno nero delle loro luride coscienze. Uno che si scorda d’avere una figlia (quanto vale un uomo che abbandona chi ha creato?) persino quando deve dedicare un gol.
Uno che sull’altra faccia della medaglia segna di testa, ringraziando l’ottimo Candreva, e fa esultare un popolo di nottambuli. E soprattutto uno che disegna un cucchiaio che avrebbe meritato mille volte di finire nella porta, se nel calcio comandassero bellezza e poesia.

C’è la medaglia Spagna.
EuroSpagna, MondialSpagna, e di nuovo EuroSpagna, mai nessuno come loro. Ed un campionato che ammiriamo estasiati da anni. Ci siamo esaltati con il Barça, qualcuno invece non ha mai tradito il Real. La fuga dei campioni di qualsiasi nazionalità verso la Liga, la nascita di nuove squadre, nuovi mister, nuovi moduli che ci arrivano come raggi di sole dalla penisola iberica.
Poi un’arancia – si sa che la sera è pesante, “è piombo” e resta sullo stomaco – e un risultato che solo uno spagnolo avrebbe saputo rimontare: Nadal. Lo avremmo immaginato lì, pieno di tic e potenza, a portare quel 1-5 sul 6-5. Ma Rafa è rimasto in Spagna. E la nazionale Roja, anche.

 

Due facce, una medaglia.
La meraviglia dell’arcobaleno, l’inferno del GRA bloccato.
Concentriamoci sull’arcobaleno.
Concentriamoci sull’azzurro…

 

 

Anna Eva Laertici

Viva la Rai

Il primo mare (non si scorda mai) e ti fa chiedere perché ci sei andata. T’ustionerai, c’è folla rumorosa ed arrogante, è faticoso andare.
E’ faticoso, dopo, andar via.
La distesa azzurra, il freschetto della brezza con la Roma d’asfalto tremante di caldo nei pensieri… sono rimasta in spiaggia due ore. Non credo di riuscire a starci di più.
Due lunghissime ore.
Come il tempo che avrei dovuto sprecare davanti a Fluminense Italia, comprensivo di intervallo notturno per lavarsi i denti e commenti post partita per crollare nel letto. E dire che mi ci sono messa, a vedere la Nazionale delle seconde linee. Un occhio – stancato dalle lenti a contatto, dal sale, dal vento marino – ce l’ho buttato.
Ho visto tanto mare anche in quei ragazzi: l’Adriatico del Pescara di Zeman, del golfo di Napoli di Ciro e Lorenzo.

(Il sud ci salverà. Nel calcio come altrove, sarà dal sud che ripartiremo.)

Mentre scambiavo foto; cliccavo su video; affollavo la mia vita di immagini come tutti gli abitanti di questo 2014, la Rai mi ha fatto tornare un ventennio indietro: ai tempi della radiolina dei mariti la domenica pomeriggio, al fianco di mogli scocciate. Si zittisce il video, ammutolisce il filmato: e resto con quella nuova versione dello schermo multicolor “le trasmissioni riprenderanno al più presto”. Era frequente, quand’ero piccola. Ma quand’ero piccola, quanti anni fa era? Risento nelle orecchie persino la musica dell’intervallo Rai con le immagini seppiate delle pecore e i ruderi. Poi scopro che c’è stato un 1 a 1.
Chissà chi.
Ma anche: chissà perché.
Chissà perché stiamo giocando contro il Fluminense, da lontano sembrava la Ternana, ma da lontano sono miope e per un attimo m’era sembrato d’avere ancora Nesta, Cannavaro, Maldini e forse pure Bergomi e Baresi in difesa.
Invece c’è Ranocchia che il solo ricordo che lascerà di sé a questo mondiale è come fotografo di cessi, e Paletta, che mi fa interrogare a volte sul valore degli oriundi: senza scomodare Altafini e Sivori, direi che tutto sommato va bene Thiago Motta, e andava bene Camoranesi. Ma c’è sempre bisogno di cercare gli avi degli Amauri e dei Paletta? Dobbiamo naturalizzare tutti gli scarsi che troviamo in giro per il mondo, come se non ci bastassero gli scarsi nostrani?

Osservo i ricami dell’attacco dei panchinari. Quei due si trovano. Ecco chi sarà contento domani: i tifosi del Borussia. Mamma mia, com’è tappetto Insigne. Parte il dibattito: secondo te più o meno di Giovinco? E di Miccoli? Se non fosse per l’immancabile tatuaggio, che nel 2014 se non ce l’hai o sei fuori moda o sei me, Insigne sembra un bimbo. Mi piace. Il sorriso da bimbo mi fa impazzire. Lo scrivo, perché ultimamente ho capito che ho una nomea da Erode – per fortuna mai tra gli amici, anzi ringrazio che ne ridono con me – di cattiva matrigna, di ammazzabambini. In ufficio, per esempio, ho deciso che devo iniziare a sfruttarla, magari aiuta a creare un’aurea di perfida megera. Lo so che è difficile a credersi, ma può sempre servire.

Comunque di buono (fuori di me) c’è qualcosa, e cioè che è tornato il video in maniera continuativa. Mazzocchi s’è prostrato e ha solennemente giurato (io fossi in lui lo farei sulla testa dei figli di Berlusconi, è un evergreen e sono già condannati dalle menzogne paterne) che ai mondiali sarà tutta un’altra Rai.
Io parto canticchiando “viva la Rai, ma quanti geni lavorano / solo per noi, viva la Rai, dimmi da quale parte stai”… e dalla piazzetta sotto casa iniziano ad arrivare i primi insulti.
Taccio. (ma anche “…tacci”, i loro)

Con le immagini televisive torna anche l’Italia, di quelli veri, intendo dire, quelli che giocheranno: 9 cambi tutti insieme, ammazza che ammucchiata. Che buffonata. E che sonno.
Sonno.
Ecco cos’è. Quella sensazione di svogliatezza, di stanchezza, di apatia. Quando l’unica cosa che vorresti fare è sprofondare nel tuo letto e non muovere un muscolo.
Ecco, esattamente ciò che è preso a Balotelli e Cassano, che per 20 minuti non fanno una mazza.

Orba di tanto Ciro, così percossa e attonita, la Nazionale si chiede “quanto manca?” con la stessa frequenza con cui me lo autodomando io. Ma io non sono in campo dall’altra parte del mondo. Sono sul divano di casa mia e domani devo andare a lavorare.
Anzi, sai che c’è? Quanto manca? 10 minuti più recupero?
Beh, non ce la faccio più.
Io spengo qui.

 

 

Anna Eva Laertici

I’m back

La serata di ieri era troppo piacevole per stare a casa, ma i chili presi in recenti vacanze imponevano la cena sfigata insalata-verde-sensi-di-colpa da fare a casa. E quindi avevo colto la bellezza del cielo romano in giro con un’amica nella cornice del Parco degli Acquedotti, solamente fino alle 20:40.

Il rientro a casa mi aveva visto incastrata tra:

– lezioni online di un master in cui continuo a stare sempre indietro;
– ritiro panni che ora finalmente si asciugano dallo stendino;
– preparazione suddetta insalasfigata;
– chattata selvaggia con le amiche su whatsapp su una certa trasmissione, e in particolare su uno dei sogni perversi della mia adolescenza (non dirò che è The Voice, non dirò che è Pelù, sennò chiudete subito il post e mi crolla sul nascere il blog).

Ah, cavolo, mi sa che la trasmissione è iniziata! Accendo la tv… cerco… e?
Non c’è il maschio selvaggio in questione, ne trovo però altri 22 (scialbi) su un campo verde. Occazzo. Ho rotto a tutto il mondo co sto blog sui mondiali, e poi non mi sono cagata la Nazionale.
Dopo i sensi di colpa da cibo, sensi di colpa da studio del master, aggiungo quello da Feijoada Mondial.

Daje, seguiamo sti ragazzi. Domani ci scriverò un post.
De Rossi, grande. Capocannoniere di questa armata Brancaleone. Prima mi parte l’orgojo de Roma mia, poi la presa di coscienza che se costui si fa male è un danno per noi lupacchiotti. “Danielino, leva la gamba!” diventa il leit motiv della mia serata.
A che minuto siamo? 20esimo, già? Hey, però stiamo vincendo! Grande! E ti pareva, ha segnato uno juventino. Sì, io continuo a ragionare di squadre di club, anche quando seguo la Nazionale. Sono una specie di prerisorgimentale del calcio: non ho ancora unito l’Italia nel mio cuore e sento di appartenere solo al regno di Pallotta e Garcia. Però ho deciso che devo diventare grande anche su questo e faccio la brava. Sforziamoci e tifiamo gli azzurri. L’avversario è… mmmmh… il Lussemburgo?
Il Lussemburgo?!?? Cos’è, uno scherzo?
La notizia è che apprendo ora che nel Lussemburgo ci sono almeno 23 maschi in età compresa tra i 16 e i 38 anni. Il calcio mi ha insegnato molto in geografia, non ai livelli della Settimana Enigmistica, però per esempio devo alla Nazionale la scoperta delle isole Far Oer. Le cercai su Google Maps, giuro. Pensavo fossero tipo una cosa alla Peter Pan, le Isole-Far-Oer-che-non-ci-sono. In ogni caso, con il Lussemburgo mi assolvo dal ripercorrere la stessa umiliazione, ma immediatamente ricordo una barzelletta che mi raccontarono in Francia su due turisti cui il portiere d’albergo a Lussemburgo chiede loro che intenzioni abbiano. “Vogliamo visitare tutto il Paese!”, proclamano. E lui:”Ah, e nel pomeriggio, poi, che farete?”. Mi è tornata in mente nell’esatto istante in cui ho visto il nostro centrocampo impallato, imbracato dentro una tela che non permetteva ai nostri di muoversi. I 23 maschi lussemburghesi arruolabili per una partita di calcio ci stanno facendo sfigurare.

Vabbè, ma non disperiamo, ora entra… entra… entra… Chi entra? Dov’è la Nazionale più forte che abbia mai visto giocare, quella del 2002? Chi insignisco del titolo di “salvatore della patria”?

La partita scorre lenta, la squadra è imbambolata, il gioco farragginoso, io ringrazio la noia perché presa da impulsi compulsivi della sindrome da desperate housewife ho mandato pure la lavatrice. Mmmmmh… e se spolverassi, nel secondo tempo? Prandelli renderà la mia casa un gioiello: è il famoso codice estetico.

Passa la pubblicità, la voglia di spolverare, le amiche chattano comunque innarrestabilmente, e poi arriva il minuto in cui capisci perché tutto sommato continui ad amare il calcio.

Sono circondata da personcine assennate che ad ogni scandalo scommesse, ad ogni follia ultrà, mi ululano sagge e monotone nelle orecchie “Ma come fai a crederci ancora? E’ tutto una farsa, è solo violenza, di sport non ha niente, sono tutti buffoni strapagati.”
E invece io resto là. Resisto a Samanta Mauri e a Genny ‘a carogna. E anche se non amo l’indole strafottente del barese e lo ritengo un talento sprecato, mi beo nel vedere il suo culo basso incollarsi al pallone, proteggerlo, ricamarci tratti di campo, donarlo con grazia e precisione al numero 9 di turno. Dite quello che volete, ma Cassano è l’analfabeta che proclama una poesia struggente, è il bambino che proferisce saggezza da esperto, è il cucciolo che si muove sicuro tra i predatori. Cassano è ciccione, sgraziato, non si allena le mattine (ipse dixit) e forse nemmeno i pomeriggi (Anna Eva dixit), però si attacca a quel pallone e ci disegna traiettorie da fine arciere.

Però, non basta. Due traverse, diverse bestemmie in perugino – tra le quali anche neologismi ricercati – dal Renato Curi, giocatori che non si trovano e forse nemmeno riconoscono, nervosismo e cartellini, e poi lui: Chanot. Chi di voi non ricorda Chanot? Chanot il grande, Chanot l’innarestabile, Chanot che oggi sui giornali scopriremo che magari fa il ragioniere, l’idraulico o il medico e invece ha insaccato nella porta di Buffon, e ha fatto pareggiare il Lussemburgo, che per chi si fosse messo in ascolto solo ora, giuro ha una sua Nazionale di calcio?
E come mai la Roma non mi sta comprando sto Chanot?

Oggi dicono i principali quotidiani (e firme eccellenti lo giurano):
“Pareggiare prima del mondiale ci ha sempre portato fortuna”.
Mio personale sottotitolo comprensibile solo entro il GRA:
“Consolàmose co l’ajetto”.

E vabbè, spolverare non ho spolverato, l’insalata mi ha depresso, il celebre Chanot s’è preso il primo vaffanculo di questo giugno calcistico, sono indietro sullo studio del master. ‘Sta serata è da bocciare. Mi manca Pepito Rossi, l’acqua santa di Trapattoni, i pantaloni rozzi di Pelù, una difesa degna della tanto sfottuta tradizione catennacciara nostrana… E soprattutto mancano 9 giorni alla prima partita dell’Italia.

Mi lamento da mezz’ora: e quindi, devo comprare lo spumante e metterlo in frigo. Sono troppo italiana per non crederci lo stesso.

 

Anna Eva Laertici

PS. Confesso che questo post, il primo dopo tanto tempo, ha una dedica speciale: per C. M., e forse ora si chiederà se è proprio lui. Sì, sei tu: perché non mi hai mai mollato su questo e perché le promesse che ti ho fatto prima o poi le manterrò…